![]()
Il Dottor Alfeo Foletto con studio in Vicenza in Contrà Riale, 6 (tel. 0444 542147) e la dott.ssa Renata Barbieri con studio in Bassano del Grappa in Via Corona d'Italia, 9 (tel. 0424 525396) hanno elaborato un progetto specifico di ascolto di lavoratori e lavoratrici colpiti dalla crisi economica (vedi sotto) che prevede un costo forfettario (da versare al primo incontro) di 50 €. per cinque sedute (non è obbligatorio farle tutte).
E' inoltre allo studio un progetto più ampio che prevederà incontri collettivi su temi specifici di interesse più generale previo pagamento di una quota di iscrizione.
______________________________________
E’ noto che la perdita del lavoro non comporta solo un disagio legato a difficoltà economiche (mancanza di denaro per mantenere se stessi e la propria famiglia, come pure per mantenere uno status sociale), ma anche un disagio interiore, più difficile da descrivere, o anche più semplicemente da dire. Questo secondo aspetto può configurarsi talvolta non solo come un comprensibile lutto, ma anche come una melanconia, uno stato depressivo e di colpa che inibisce la capacità di “muoversi” (persino per cercare un nuovo lavoro) e che induce spesso al ricorso a psicofarmaci, come pure ai gesti estremi riportati dalle cronache.
Non tutti coloro che perdono il lavoro, fortunatamente, reagiscono in questo modo, tant’è che per certuni questo evento può essere l’occasione per cercare dell’altro, anche per inventarsi dell’altro e magari cambiare completamente lavoro. Perché allora questi differenti comportamenti individuali, sebbene la causa scatenante sia la medesima?
Senza pretendere di fornire una risposta che possa attagliarsi a tutte le situazioni, e che invece va cercata caso per caso, è possibile ritenere che uno dei motivi fondanti possa ascriversi al “posto” che ciascuno assegna al lavoro (ma anche alle persone), rispetto a se stesso, alla propria vita. Da questo punto di vista si possono ipotizzare due differenti tipi di rapporto: uno finalizzato alla “soddisfazione” e un altro volto al “sostegno narcisistico”. Nel primo caso il significato del lavoro è in linea con il pensiero di vita (propria e altrui), così che il lavoro rappresenta anche l’appagamento di tale pensiero. Nel secondo caso, in cui non esiste un siffatto raccordo, il lavoratore si identifica (è in presa diretta, immediata) con la propria attività, perdendo la quale egli perde anche se stesso. Può essere istruttivo rendersi conto che analoghe conseguenze si verificano talvolta anche con il pensionamento, in cui peraltro non si “perde”, semmai si “lascia” il lavoro.
In queste situazioni il disagio non è soltanto un malessere causato dai problemi del presente ma è anche, e soprattutto, un “dis-agio” (col trattino) strutturale preesistente che viene soltanto innescato, evidenziato, dalla perdita attuale. In tal caso la parola “dis-agio” va interpretata come mancanza di “agio” - gioco - , quell’interfaccia fra vita e lavoro, entro cui effettuare l’ elaborazione che fa assumere al lavoro il posto giusto, da cui procede appunto la soddisfazione. Occorre qui sottolineare che la parola elaborazione (psichica) rinvia a quella di lavoro, anzi vi si connette intimamente, e quando non esiste tale connessione è possibile parlare di stortura del lavoro stesso.
A questa stortura personale (per la mancata elaborazione), è possibile collegarne un’altra, di matrice sociale, come quella descritta da Luciano Gallino (la Repubblica 01/2011)): “c’è qualcosa di profondamente distorto nel sistema sociale e politico che separa il lavoro dalla persona…” Una duplice distorsione, dunque, come mi è capitato di riscontrare anche a proposito del lavoro scolastico che per uno studente, da me incontrato, era diventata mera fatica: puntava solo al voto (anche copiando) eludendo il necessario percorso per conseguirlo. Il ragazzo aveva fatto proprio, si era identificato con il noto enunciato: “il mondo è dei furbi”.
Gli ascolti individuali possono pertanto costituire l’occasione per una “elaborazione” personale non solo intorno alla perdita, ma anche al lavoro, per dargli il giusto assetto rispetto a se stessi, sottraendolo a modelli imposti e poco consoni alla soddisfazione.