INTRODUZIONE (a cura dell'Esecutivo Nazionale Donne)
Le nuove norme del Testo Unico sulla Tutela della Maternità e Paternità, scaturite dall'armonizzazione di tre leggi la 1204/71, la 903/77 e la 53/2000, riconoscono ai padri lavoratori gli stessi diritti della madre lavoratrice, facilitando per entrambi il ricorso ai permessi per lavoro di cura e promuovendo, quindi, una cultura della conciliazione del lavoro di cura tra uomini e donne.

Più che entrare nel merito delle normative che la Guida illustra egregiamente, ciò preme qui, sgomberare il campo da una valutazione piuttosto diffusa sul senso della legge e rimettere al centro il suo vero significato.

Un primo approccio alle misure di conciliazione previste dalla legge potrebbe far pensare che queste norme trasferite nel Testo Unico dalla Legge 53/2000, definita dei congedi parentali scaturiscano da un'esigenza di giustizia sociale nei confronti delle donne sulle quali grava tuttora il peso del lavoro di cura invisibile, impalpabile ma esistente.

Non è così! Le misure di conciliazione non sono una cosa a parte, né tanto meno di parte, rispetto alle questioni che più nel profondo oggi animano il dibattito sociale, il lavoro, lo stato sociale, le politiche di sviluppo (Marina Piazza, relazione al convegno La Cgil incontra gli intellettuali Roma,26/6/2002). Il nostro paese ha bisogno, per allinearsi ai parametri europei, di un maggiore incremento dell'occupazione, in particolare di quella femminile, presupposto fondamentale per la crescita economica. C'è appunto un famoso documento della Commissione Europea che invita gli Stati membri ad adottare misure finalizzate ad incrementare il tasso di occupazione femminile, che dovrà arrivare nel 2010 al 60%, mentre oggi in Europa ammonta al 51% e in Italia al 45%.

In questa richiesta dell'Europa si considera certamente il problema di una maggiore giustizia sociale nei confronti delle donne, dal momento che è un dato ormai riconosciuto ufficialmente che le donne sono discriminate nell'accesso oltre che nelle carriere e quindi nel salario, ma l'obiettivo vero di questo e di altri interventi dell'Europa verso i paesi membri, è realizzare il pieno impiego delle risorse umane esistenti, senza il quale l'economia di un paese non cresce. Tutti i dati dicono che, nell'attuale mercato del lavoro, l'occupazione femminile, per le caratteristiche di cui le donne sono portatrici, è quella favorita nella crescita.

All'Italia si chiede un salto di 15 punti percentuale in meno di dieci anni difficilmente raggiungibile, considerando tra l'altro la politica dell'attuale governo italiano nei confronti del lavoro. Andrebbero promosse infatti politiche sociali che agevolino la possibilità oltre che la convenienza per le donne di entrare e di restare nel mercato del lavoro.

Un alto grado di istruzione garantisce maggiori possibilità di occupazione, come risulta dal Rapporto annuale dell'Istat 2001, da cui si rileva che il 76% delle donne laureate con più di 30 anni, è occupato e solo il 4% risulta disoccupato. Se consideriamo le donne con la sola licenza elementare, le occupate sono appena il 17%.

Gradi di istruzione intermedi si collocano fra questi estremi.

Il ricorso all' istruzione non è però sufficiente a incentivare da solo l'occupazione femminile: se un grado alto di istruzione motiva di più le donne che hanno investito nello studio a cercare un'occupazione e trova un mercato del lavoro più disponibile, lascia irrisolto un problema, quello della conciliazione con l'organizzazione familiare.
Le difficoltà inerenti ad essa, orientano spesso le scelte delle coppie verso il figlio unico o addirittura alla rinuncia ai figli.
Il mancato supporto della rete familiare allargata, esistente in passato, la scarsità di strutture sociali, soprattutto nel sud dell'Italia a supporto della famiglia ma più ancora un'organizzazione del lavoro ancora incentrata su uno schema rigido di tempi di lavoro scoraggiano spesso scelte di nuove maternità e paternità.

Se passa nelle aziende una cultura di condivisione del lavoro di cura tra donne e uomini e non viene ostacolato il ricorso dei padri ai congedi per la cura dei figli fino agli otto anni, questa legge può essere un primo strumento, insieme ad altri, nella direzione di un incremento dell'occupazione femminile e di una maternità e paternità più libere.

A noi, donne e uomini del sindacato il compito di riprendere la discussione sull'organizzazione del lavoro oltre che di una corretta informazione, diffusione ma anche difesa dei diritti che il Testo Unico sancisce.

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