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Credito Cooperativo: la storia infinita della riforma delle BCC

Se l’ennesimo tentativo di revisione della Riforma del Credito Cooperativo che sembrerebbe realizzarsi attraverso gli emendamenti presentati nei giorni scorsi al disegno di legge fiscale in Senato, accompagnati da dichiarazioni ed interpretazioni contraddittorie che darebbero per scontata la non obbligatorietà per le Banche di Credito Cooperativo di aderire ad un Gruppo Bancario Cooperativo, dovesse davvero vedere concretizzata questa ipotesi, le conseguenze per l’intero Sistema del Credito Cooperativo potrebbero andare in netta contraddizione con gli intenti di chi propone gli emendamenti stessi.

Se davvero l’obiettivo fosse quello di preservare e rafforzare la mutualità ed il localismo delle Banche di Credito Cooperativo, sarebbe comprensibile la realizzazione di interventi utili al miglioramento della Riforma, ma non certo lo stravolgimento della stessa.

Vale la pena ricordare che la Riforma del Credito Cooperativo, avviata dagli inizi del 2015, ha visto la partecipazione di tutte le Parti Sociali interessate (tra cui le Organizzazioni Sindacali in audizione Parlamentare) ed in particolare quella della componente associativa del Sistema.

La partecipazione ed il contributo attivo di Federcasse sono stati così rilevanti al punto che la stessa Federcasse ha definito la Riforma come “Auto-Riforma”. Ciò nonostante, a nostro avviso, una delle criticità della Riforma è proprio il mancato riconoscimento del ruolo istituzionale della componente associativa, che pure ha da sempre garantito la coesione e le peculiarità della Cooperazione di Credito.

Ora, vista la fase già avanzata del processo di costituzione ed avvio dei GBC, con i conseguenti investimenti che ne sono derivati e, considerato che l’avvio della Riforma è comunque tardivo rispetto a criticità già in atto, non è tempo di azioni che inibiscano il raggiungimento della necessitata stabilità e competitività dell’intero Sistema del Credito Cooperativo.

L’attuazione degli “Institutional Protection Schemes” (IPS), proposta oggi negli emendamenti, giunge anch’essa tardivamente; infatti il Credito Cooperativo già dal 2005 aveva immaginato di dotarsi, in maniera autonoma, di un simile strumento (Fondo di Garanzia Istituzionale) che però non si è mai completamente concretizzato, come pure ha riscontrato difficoltà attuative il Fondo di Garanzia Temporaneo previsto dalla riforma originaria.

Nell’attuale Riforma il sistema di garanzie incrociate previsto all’interno del Gruppo Bancario Cooperativo e gli obblighi in capo alla capogruppo riguardo la vigilanza prudenziale sulle banche aderenti, nel rispetto obbligatorio dei principi mutualistici, solidaristici e sussidiari propri del Credito Cooperativo, realizzano comunque adeguate garanzie.

Se davvero ad ispirare gli emendamenti presentati c’è la volontà di consentire alle Banche di Credito Cooperativo di continuare ad assistere le piccole e medie imprese, ditte individuali e famiglie, che sono l’asse portante dell’economia italiana, allora importante sarebbe che le attività del Governo e del Parlamento Italiano interessassero il Parlamento Europeo e la BCE al fine di mitigare gli effetti della normativa europea del “comprehensive assessment” rispetto all’attività delle Banche di Credito Cooperativo italiane e più in generale per la realizzazione del principio di proporzionalità in tutta la regolamentazione bancaria.

In tale contesto di assoluta indeterminatezza riteniamo indispensabile che si recuperino a tutti i livelli adeguate consapevolezze e certezze per costruire insieme il futuro possibile della cooperazione di credito nel nostro paese, valorizzandone le peculiarità e rafforzando l’originaria natura.

Uno degli elementi necessari perché ciò avvenga è il corretto coinvolgimento delle lavoratrici e dei lavoratori della categoria, intanto attraverso l’immediato rinnovo dei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro.

Roma lì 15 novembre 2018
Il Coordinamento Nazionale
FISAC CGIL Credito Cooperativo