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Coordinamento Donne Fisac Veneto: Rachele Berto eletta nuova coordinatrice

Nei giorni 10 e 11 dicembre 2019 si è tenuta l'Assemblea delle Delegate FISAC CGIL del Veneto. Nella giornata di mercoledì 11 l'Assemblea ha eletto come Coordinatrice Regionale Donne Fisac Veneto Rachele Berto della nostra Fisac Vicenza. Sonia Ragno - che le ha passato il testimone - ci ha salutato con una relazione che fatto commuovere tante delle presenti e che trovate qui di seguito ed in allegato.

Un grazie a Sonia per quanto ha fatto per noi in questi anni ed un buon lavoro a Rachele.

E come dice Sonia nel suo saluto, le occasioni per vederci e continuare, comunque assieme, questa meravigliosa "scalata" non mancheranno.

Avanti quindi "esseri viventi sessuati femmili" (secondo la definizione che abbiamo imparato nel corso di HerPowerment tenuto nella prima giornata di lavori dalla Dott.ssa Eleonora Pinzuti)


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Sonia Ragno - Coordinatrice Donne Fisac Veneto uscente

Mi reggo in piedi sui sacrifici di milioni di donne prima di me,
pensando cosa posso fare per rendere più alta questa montagna
in modo che le donne dopo di me vedano più lontano.
Rupi Kaur, poetessa, scrittrice e illustratrice canadese di origini indiane.


Nella mia relazione di oggi ho deciso di non parlarvi della situazione delle donne nel Mondo, della violenza, delle molestie, di occupazione femminile e gap salariali, di condivisione e conciliazione. Abbiamo, e avremo, diversi luoghi e spazi dove parlarne e confrontarci, e sicuramente dove poter elaborare insieme modelli e proposte di contrattazione di genere a tutti i livelli.

Oggi abbiamo il compito di comporre il
nostro nuovo Coordinamento Donne FISAC CGIL del Veneto, di eleggere la nostra nuova coordinatrice, di nominare le nostre delegate all’Assemblea Nazionale nella quale si stabilirà il nostro nuovo Esecutivo Nazionale e la composizione del nostro Coordinamento Donne Nazionale.

Ho abusato della parola “
nostro” non a caso.

Quando ho iniziato a buttar giù queste poche righe non sapevo da dove iniziare, di cosa parlarvi, che messaggio ritenessi utile trasmettere, in questa occasione, a un gruppo di donne come me. Così ho pensato di partire dalla donna che avevo più vicino: me stessa. E mi sono posta una domanda: ma io che donna sono, quali sono i miei bisogni, le mie mancanze, le soddisfazioni, cosa mi aspetto e cosa mi delude nel rapporto con il mio mondo (la famiglia, il sindacato, il lavoro, gli amici, gli uomini)?

Mio padre quando mi vede e stiamo per salutarci, non smette di raccomandarmi di non uscire la sera da sola e far tardi perché altrimenti vado (io) in cerca di rogne.

Ho conosciuto un ragazzo una sera, amico di amici: si parlava di terme e mi ha invitata ad andare il sabato successivo. Nessuna allusione, o doppi sensi nei messaggi dei giorni successivi. Fatto sta che dopo mezzora che eravamo immersi nelle calde acque termali avevo le sue mani ovunque.

Sono sempre stata indipendente, economicamente ma non solo: so cambiare una lampadina, usare il trapano, non ho problemi a macinare km in macchina, porto i tacchi quasi tutti i giorni, so sostenere una conversazione, mi incuriosisco quasi di tutto, e ho la fortuna di non essere dolorante (e quindi rompipalle) durante il ciclo: “è troppa roba! Agli uomini una donna così spaventa”, mi dicono le amiche in cerca, come me, di una spiegazione per questo nostro stato permanente di single.

In questi mesi sto supportando una carissima amica in crisi con il marito: la soluzione di quella relazione è oramai chiara. È una ragazza intelligente, indipendente, con un buon livello culturale e un’ottima posizione lavorativa. Eppure non riesce a mettere un punto perché ha già fallito nel non riuscire ad avere figli e non può deludere ancora, reggere il peso di questa ulteriore sua responsabilità. Non vuole farlo soffrire.

Nella mia attività di RSA ho seguito il trasferimento di una collega, effetto di una riorganizzazione della banca. Madre sola, in cassa con orario di lavoro part time allontanata da casa di ulteriori 15 km (40 minuti per raggiungere il luogo di lavoro) e mantenimento dello stesso ruolo.

Sono alcuni esempi, quelli che vi ho appena fatto, di problemi “miei”. Ma è davvero un problema mio non dovermi trovare in brutte situazioni? È un problema mio mettermi in costume davanti a un uomo? È un problema mio l’autonomia e l’indipendenza? È un problema solo mio una relazione fallita? È un problema mio avere una figlia da gestire?

Riflettendo su queste domande mi è tornato alla memoria il vecchio slogan femminista “il personale è politico”. E così sono andata su internet per capire meglio cosa volessero dire esattamente le femministe. Mi sono fermata alla prima definizione che ho trovato, mi diceva già tutto: “una delle prime cose che scopriamo in questi gruppi di autocoscienza è che  i problemi personali sono problemi politici. Non ci sono soluzioni personali in questo momento. C’è solo un’azione collettiva per una soluzione collettiva”.

Partendo dalle mie domande ho fatto anche io l’esercizio di allargare il mio orizzonte alle altre donne, e mi sono così scoperta più femminista di quello che pensassi.
Questo avevano fatto quelle donne: iniziare a ragionare, discutere, analizzarsi, vedersi come un noi e non più un io. E non solo perché “insieme è più facile”, ma anche e soprattutto perché avevano capito che la radice di quei problemi non stava nel loro privato, ma nel bisogno di rispondere a un modello di donna costruito dall’uomo. Hanno iniziato ad affermare una identità femminile stabilita dalle donne, hanno detto le cose come stavano e non come avevano insegnato loro a dire, hanno capito che la soluzione ai quei problemi personali sarebbe stato un futuro migliore per tutte le donne dopo di loro.

Se oggi abbiamo il divorzio e la legge sull’aborto, se non c’è più il delitto d’onore, se lo stupro non è più solo considerato un’offesa alla morale, se gli articoli 3, 37 e 51 della nostra Costituzione oggi sono più vivi lo dobbiamo di sicuro a quelle donne.

Mi è piaciuta la metafora della montagna usata da Rupi Kaur nella sua poesia. Rende bene l’idea delle difficoltà di incamminarsi su un percorso in salita, fatto di ostacoli, prove da superare, sacrifici, in un ambiente ostile che si difende e conserva, con una vetta ancora oggi lontana e che fatichiamo a vedere.

Molti, e molte, accusano il movimento femminista di aver fallito: l’emancipazione sessuale delle donne ci ha trasformate tutte in puttane! Aver portato le donne al lavoro le ha rese ulteriormente schiave, condannandole a dividersi tra lavoro e famiglia. Le famiglie si sono sgretolate. La società paga la scelta delle donne di non fare più figli. Gli uomini hanno perso la loro identità. Si sono creati nuovi stereotipi nei quali non tutte le donne si riconoscono.

Beh, io credo che se c’è un merito che va riconosciuto su tutte a quelle donne sia stato proprio l’aver portato il privato nel pubblico, e il fallimento che viene loro affibbiato in realtà è il fallimento di quell’ambito pubblico che non si è volto evolvere, che non ha capito che occorreva seguirle quelle donne, che era urgente un cambiamento culturale più generale, che non ha saputo e voluto mettersi in discussione, rompere gli equilibri per migliorare la situazione di tutti, che ha preferito segregare le persone nell’individualismo (esattamente il contrario di quanto avevano fatto le nostre donne).

Ha fallito la società, non le donne.

Non potevamo, e non possiamo, pretendere che risolvessero tutto loro: il movimento femminista in quel momento storico non aveva altro strumento che la rivoluzione per soddisfare l’urgenza della liberazione delle donne.

Ci hanno liberate, hanno aperto la strada per scalare quella montagna.

Ho voluto fortemente che la nostra prima giornata di lavori vertesse sul tema del femminismo: un concetto che ancora oggi spaventa, spesso usato strumentalmente per identificare un certo tipo di donna, quella “antiuomo”, che richiama a qualcosa di superato, a lotte che ora suonano anacronistiche. Non è così: la necessità di un riconoscimento sostanziale, e non solo formale, del ruolo delle donne nella società è ancora viva. Certo, è mutato lo scenario rispetto a 50 anni fa, abbiamo bisogno anche noi di plasmare la nostra azione ai nuovi modelli sociali che comunque continuano a caratterizzarsi per la discriminazione femminile e confinano ancora le donne in determinati stereotipi, in modo ancora più subdolo e meno riconoscibile.

Sono convinta che il problema stia nel mondo là fuori che ci è ancora ostile, è a quel mondo che, mai come ora, dobbiamo guardare e rivolgerci.

Così ho voluto pensare in questi anni di coordinatrice, e vorrei ancora immagine per il futuro in quanto donna di questa Organizzazione ai nostri coordinamenti.
Luoghi nei quali si possa agire quel senso collettivo di elaborazione, discussione, confronto fra noi. Noi donne. Portare il punto di vista femminile delle questioni, qualsiasi esse siano, non solo quelle di genere (che restano prioritarie) perché se vogliamo cambiare le cose là fuori, dobbiamo portare aventi il nostro diverso punto di vista, fosse anche solo il nostro diverso linguaggio, su qualsiasi tematica che ci riguarda in quanto non solo donne, ma anche lavoratrici e cittadine di questo Paese.
Un luogo aperto, nel quale non contino i ruoli e le gerarchie, ma dove tutte possano sentirsi libere di partecipare allo stesso livello, nel quale le appartenenze alle diverse sensibilità non dividano ma arricchiscano la discussione di contenuti e proposte.
Un’opportunità di crescita per le giovani compagne, e per tutte quelle fuori dagli altri ambiti di discussione: perché abbiamo anche il dovere di rafforzare il nostro senso di partecipazione attiva alla nostra Organizzazione e creare consapevolezze.

Elaborazioni e proposte che poi devono trovare la strada per aprirci alla discussione con il resto dell’Organizzazione: perché noi non siamo un’altra cosa, e abbiamo il diritto e il dovere di tenerlo sempre presente. I modi ci sono: avanzare proposte all’Esecutivo Nazionale, preparare O.d.g. da portare ai direttivi a tutti i livelli, intervenire nei direttivi e farsi portavoce di un punto di vista diverso e nuovo.

Ma il lavoro non può finire al nostro interno.
Noi siamo rappresentanti sindacali ed è con chi rappresentiamo che dobbiamo cercare il confronto e condividere il nostro pensiero: la nostra è una categoria nella quale la presenza femminile è importante, soprattutto in quel pezzo più debole che è l’appalto assicurativo. Il nostro compito deve essere quello di pensare e lavorare per e con quelle donne!

Come non possiamo permetterci di non confrontarci e misurarsi con i cittadini e le cittadine del nostro Paese. Non restiamo chiuse nelle nostre stanze: i muri da abbattere sono nelle strade, tra la gente, e le iniziative che abbiamo messo in campo in questi anni (penso alle mollette di Padova o al video sulle molestie del 25 novembre) ci hanno dimostrato che sono quelle piazze i luoghi nei quali è possibile combattere gli stereotipi e fare una nuova evoluzione!

E poi, per finire, non intrappoliamo il nostro pensiero dentro il recinto dell’identificazione. Sarebbe un grave errore a mio avviso, soprattutto in un momento come questo nel quale la divisione viene strumentalizzata per generare paura e odio. A Verona lo scorso marzo lo abbiamo visto con i nostri occhi e lo abbiamo provato sulla nostra pelle il brivido dell’effetto dirompente di essere in piazza con migliaia di persone per un obiettivo comune: la difesa della dignità.
Facciamo dei nostri argomenti e delle nostre proposte la nostra prima irrinunciabile bandiera: nessuno potrà mai strapparcela dalla testa!

Con oggi si concretizza la mia scelta di non rappresentare più questo coordinamento.
C’è una parola che ho sempre affiancato a qualsiasi ruolo sindacale che mi è stato dato la possibilità di esercitare: responsabilità. È quello che mi ha sempre fatto amare questa passione e dato lo slancio per superare i momenti più difficili.
Ma è anche stata un peso, e il passo indietro di oggi lo vivo non come una sconfitta, ma come la conferma che a queste donne, all’Organizzazione e, soprattutto, a chi rappresento porto e devo un gran rispetto.

Ringrazio tutte per aver tenuta viva questa “cordata”, ognuna so che ha dato tutto quello che poteva.

A chi si assumerà questa responsabilità, auguro solo tanta autonomia di fiato e forza per portarci avanti tutte.

Mi reggo in piedi sui sacrifici di milioni di donne prima di me,
pensando cosa posso fare per rendere più alta questa montagna
in modo che le donne dopo di me vedano più lontano.